Antonella Campofredano

Nelle note che seguono si indaga l’approccio esigenzial-prestazionale al tema della progettazione urbanistica come una delle possibili nuove forme di impostazione sia a livello di metodologia che di attuazione dello strumento urbanistico. Il tema è ancora in buona parte da esplorare; pertanto si focalizzeranno gli aspetti più significativi delle possibili applicazioni nell’ambito della disciplina urbanistica prescindendo dalla tipologia di strumento e dalla scala dell’intervento.

Non ci si riferirà esclusivamente allo strumento urbanistico generale, ma anche al progetto urbano nonché ai criteri per la progettazione ad essi relativi (norme, abachi e guide, etc.).

Il ragionamento risulta così articolato:

– nella prima parte si richiamano i temi principali della teoria esigenziale, che ha origine da altri campi disciplinari, con alcune necessarie puntualizzazioni di tipo definitorio relativamente ad alcuni concetti base.

– nella seconda parte si espongono sinteticamente alcune tra le esperienze più significative di applicazioni di questo approccio al tema della progettazione urbanistica. La riflessione verte sui possibili esiti di un’impostazione di questo tipo sulle normative tecniche e sugli strumenti di controllo delle trasformazioni urbane e territoriali.

 

Indice:

Parte prima: i concetti generali

  1. La teoria prestazionale in urbanistica
  2. Dalla produzione industriale all’urbanistica

Parte seconda: le applicazioni

  1. Alcune esperienze di carattere prestazionale[i]
  2. Norme e prestazioni

 

PARTE PRIMA: I CONCETTI GENERALI

  1. La teoria prestazionale in urbanistica.

La teoria esigenzial-prestazionale nasce in campi disciplinari diversi da quello urbanistico; più precisamente nasce come normativa tecnica nell’ambito della produzione industriale per garantire la rispondenza, in quanto a prestazioni, di un prodotto alla domanda di qualità da parte degli utenti secondo dati criteri. La valutazione della qualità si basa dunque sui livelli di prestazione del prodotto in relazione alle richieste ed alle aspettative dell’utenza.

Il termine requisito (o caratteristica richiesta) è alla base del lessico esigenziale, così come i termini esigenzaprestazione, controllo; la teoria esigenziale è costruita principalmente sul concetto di prestazione: “richiedere e determinare le prestazioni è l’operazione che sostituisce quella di definire e descrivere un oggetto in termini fisionomici e materiali. Naturalmente tale operazione ha un senso ed un valore se la prestazione che l’oggetto o l’elemento reale fornisce può essere controllata. Di qui l’importanza dei controlli e dei corrispondenti metodi di prova”[ii].

Il concetto di prestazione, in tutti i campi in cui viene applicato, risulta strettamente connesso ad una richiesta dipendente a sua volta da un’esigenza dell’utente.

Le prestazioni richieste ad un oggetto[iii] indicano i modi in cui questo risponde a tali domande; concettualmente l’iter seguito è sintetizzabile nella successione “bisogni-esigenze-requisiti-prestazioni-controlli”[iv], cioè a partire dalla consapevolezza di un dato bisogno, lo si trasferisce in esigenza e quindi in requisito di un oggetto o di un intervento progettuale. Il mancato soddisfacimento della richiesta comporta l’adeguamento di un punto del percorso, nell’individuazione dell’esigenza, nella formulazione dei requisiti dell’oggetto, o nella rispondenza delle prestazioni fornite.

Sinteticamente, in campo tecnico-scientifico si parla oggi di prestazione sia in riferimento al funzionamento di sistemi e di processi produttivi, come nel campo dell’ingegneria elettronica, di quella meccanica o nel campo dell’organizzazione aziendale[v]; sia nel definire indicatori esterni e valori di accettabilità per lo svolgimento di una data attività nello spazio e nell’ambiente interessati; un esempio di questo tipo di indicatori è rappresentato da quelli di accettabilità dei rumori in ambiente urbano[vi].

“Per l’International Standardization Organization la prestazione è data dal “comportamento di un prodotto in servizio”. Le prestazioni di un oggetto sono sempre legate al suo funzionamento, in relazione a come esso risponde a una data richiesta compatibilmente con le proprie potenzialità”[vii].

Dato che le prestazioni sono la risposta a una richiesta, anche le normative che nei vari campi di applicazione regolamentano le trasformazioni possono adattarsi a tale filosofia, indicando le caratteristiche della risposta del dato oggetto prima ancora dei suoi caratteri costitutivi specifici. Tale ottica presuppone che un obiettivo sia perseguibile con più soluzioni progettuali concrete, ferme restando le indicazioni del risultato finale e delle condizioni al contorno necessarie a tale scopo.

“La prestazione diviene così “il comportamento in uso di un elemento riferito ai caratteri che connotano un requisito”.[viii]

Successivamente, in tempi piuttosto recenti, la normativa prestazionale si è estesa anche al campo dell’edilizia ed alle relative componenti tecnologiche, come strumento di garanzia delle prestazioni tecniche dei beni edilizi.

Secondo lo stesso presupposto teorico, anche in questo caso i soggetti operatori manifestano le loro richieste in termini di esigenze, di efficienza e di efficacia dei controlli, traducendo tali esigenze in prestazioni più o meno adeguate a seconda di quanto le procedure le soddisfano.

 

La sequenza logica esigenze-requisiti-prestazioni si ritrova dunque nella struttura della normativa. “In particolare i requisiti, espressi sia in termini qualitativi sia in termini quantitativi (sotto forma di richieste di prestazione), e i controlli rappresentano, in linea di principio, gli elementi costitutivi essenziali della Normativa”.[ix] (Fig. 1)

 

  1. Dalla produzione industriale all’urbanistica

Nel caso dell’applicazione della teoria esigenziale al campo urbanistico, l’oggetto della richiesta di qualità diventano l’ambiente urbano ed i suoi elementi costitutivi.

Trasferire il concetto di soddisfacimento della qualità totale[x] dal singolo bene (che sia un prodotto industriale qualsiasi o un componente per l’edilizia) all’ambiente urbano, comporta come nel caso del campo tecnologico l’individuazione di bisogni irrinunciabili e di bisogni latenti; spesso sono proprio questi ultimi che condizionano il livello di benessere restituitoci da un ambiente urbano.

La sensazione che si prova nello stare a proprio agio in un luogo confortevole, sensazione non sempre razionalizzabile nè imputabile ad una causa specifica e facilmente individuabile, costituisce un esempio di indicatore del benessere e del comfort non misurabile e non riducibile ad un valore numerico, un esempio, quindi, di una categoria concettuale teorica decisamente complessa.

Alla base di alcuni ragionamenti propri della filosofia esigenziale vi è il concetto di sistema definibile come “un insieme strutturato di parti correlate e indipendenti, comportantesi come un tutto, capace di trasformazione e dotato della possibilità di autoregolarsi”. [xi]

Secondo questa definizione, pensando che ogni oggetto è in qualche modo inseribile in un sistema, lo studio di una questione avviene analizzandone gli aspetti costitutivi, ognuno dei quali contribuisce alla costruzione del sistema stesso. Perciò ogni alterazione in una parte avrà delle ripercussioni nel quadro complessivo.

“Il territorio, in quanto scomponibile, è un sistema complesso, mentre sono elementari i sistemi non suddivisibili. Gli insiemi strutturati di ordine inferiore vengono definiti sottoinsiemi quando la scomposizione avviene in senso distributivo, sistemi parziali, quando, invece, si verifica in direzione funzionale”.[xii]

L’analisi per requisiti di oggetti, come ad esempio può avvenire per l’alloggio nel campo dell’edilizia, per citare un argomento piuttosto noto, si basa sulla scomposizione dell’intero organismo abitativo in spazi elementari.

Fra i concetti mutuati da altri campi disciplinari la concezione sistemica (insieme a quella prestazionale) costituisce un riferimento utilizzabile, e in qualche occasione già sperimentato, nelle operazioni di recupero.

Secondo l’impostazione sistemica, in cui ogni azione su una parte delle variabili va valutata anche in relazione agli effetti sulle altre, l’organismo insediativo viene considerato come un sistema principale articolabile in sottosistemi (fisico, sociale, economico). Il vantaggio può essere nella valutazione tra conservazione e trasformazione che il piano è chiamato continuamente a operare. Inoltre tale concezione “evidenzia le relazioni spaziali” e le principali interazioni “con gli altri ambiti che si connettono a quello fisico, riconducendo così la natura conoscitiva-decisionale del piano-programma, piano-progetto ad una rete di informazioni-decisioni operative”[xiii] sui numerosi fattori che influenzano il fenomeno. In quest’ottica, pur dovendo escludere considerazioni troppo settoriali dei fenomeni, si può meglio recepire la dinamicità e la complessità dei fenomeni urbani.

Parlare di oggetto spazio urbano o, in senso più ampio, di ambiente urbano, piuttosto che di oggetto della produzione industriale, porta necessariamente a considerare alcune questioni:

  1. L’ambiente urbano è costituito da luoghi ed elementi che definiscono spazi e da attività che ivi si svolgono.

La qualità di un ambiente urbano pertanto dipende in parte dalla qualità dei singoli elementi fisici, in parte da quella degli ambiti nel loro complesso e dalla gradevolezza percettiva dell’insieme e comunque da un insieme di qualità anche legate ad aspetti diversi.

  1. Risulta ben più complessa la valutazione del livello di qualità, che non è riferibile a valori di soglia universali, ma a considerazioni che tengono conto anche dell’assetto fisico-funzionale dei luoghi, considerazioni del tutto assenti nel caso della produzione seriale di un singolo oggetto.

Inoltre, legata al carattere sistemico del problema, va considerata la natura trasversale delle questioni legate all’ambiente urbano, per cui una soluzione positiva per un aspetto può risultare negativa per un altro.

Il punto è il controllo complessivo delle trasformazioni del sistema e degli effetti trasversali delle azioni sugli elementi costitutivi; il progetto urbanistico si configura allora come strumento centrale per la tutela della qualità diffusa e per la definizione di regole per l’uso e la trasformazione dello spazio fisico.

  1. Come detto, la logica esigenziale comporta il confronto tra il livello di prestazioni fornite da un oggetto e quello di soddisfacimento delle esigenze dell’utenza. Nel caso dell’ambiente urbano l’utenza è costituita dalla globalità dei cittadini e dei fruitori dello spazio stesso. “I destinatari di un piano per la città fisica non sono tanto precisi gruppi sociali ed economici, bensì tutti gli abitanti che hanno con essa un rapporto d’uso; non sono solo gli utenti di oggi, ma anche quelli di domani (…) gli abitanti in senso stretto”.[xiv] E’ evidente che questo concetto di utenza allargata aggiunge ulteriore complessità nella definizione della qualità e nella individuazione delle esigenze.

 

  1. Risulta essenziale il confronto con il fattoretempo.

Il piano ad un dato tempo t deve progettare il cambiamento anche al tempo t + x. Fino ad oggi il controllo da parte del piano nei piani degli anni ‘80-’90 si è basato molto sull’assetto fisico dei luoghi, ricorrendo alla prefigurazione grafica della forma auspicata.

In sede di progetto urbanistico, sempre nell’ottica della tutela della qualità complessiva, è necessario considerare gli effetti degli interventi previsti su ogni elemento del sistema ambiente urbano.

L’effetto positivo di un’azione progettuale è strettamente connesso alla rispondenza delle prestazioni di elementi singoli e complessi alla domanda dell’utenza.

Una chiara individuazione delle prestazioni richieste agli spazi ed ai loro elementi costitutivi permette di definire gli obiettivi da perseguire senza dover necessariamente entrare nel merito dell’assetto fisico dei luoghi e permette di prevedere varie soluzioni, tutte compatibili con gli obiettivi prefissati.

Come si è detto, concettualmente nell’ottica prestazionale si parte dalla definizione dei requisiti in relazione a determinate esigenze, per poi verificarne la rispondenza nell’uso da parte dell’ambiente urbano e dei suoi elementi costitutivi.

Il nodo del problema sta proprio nella determinazione delle esigenze, che sono riferite ad un dato contesto e a richieste specifiche piuttosto che a dei valori-tipo.

Oltre alle caratteristiche fisiche degli spazi rivestono una certa importanza anche quelle proprie della vita sociale del sito, che influenzano i modi d’uso dell’ambiente urbano.

Se allora in campo industriale la qualità è definita in relazione ai caratteri del bene prodotto che riescono a soddisfare le esigenze richieste, nel caso dell’ambiente urbano la qualità si identifica con l’insieme delle condizioni, per i caratteri della forma fisica e per le condizioni ambientali del contesto, che permettono di fornire, in termini di prestazioni, una risposta adeguata alle esigenze dell’utenza.[xv] (Fig. 2)

La valutazione delle prestazioni dell’ambiente urbano in base al livello di soddisfacimento dei requisiti richiesti avviene, per quanto detto, in base a parametri fra loro diversi, che dipendono da aspetti di vario tipo: funzionali, percettivi, morfologici, socio-economici. Alcuni di essi sono riconducibili a valori numerici, altri, non misurabili, fanno riferimento ad indicazioni, criteri e soluzioni compatibili, basati anche su valutazioni soggettive dei luoghi in questione.

 

PARTE SECONDA: LE APPLICAZIONI

 

  1. Alcune esperienze di carattere prestazionale.

Si è ritenuto utile alla riflessione citare alcuni recenti contributi, anche di natura diversa dal piano urbanistico, ma basati su un approccio di tipo esigenzial-prestazionale al tema della qualità. A titolo esemplificativo si riportano alcuni casi di ricerche, di strumenti legislativi e di esperienze di pianificazione che costituiscono una campionatura minima e non esaustiva dei contributi esistenti. Ciò che interessa sottolineare è che, malgrado la loro diversità per ambito di applicazione e per modalità di realizzazione, quasi tutti hanno in comune l’attenzione tanto agli aspetti formali quanto a quelli attuativi e gestionali.

Come si evince dalla successiva tabella riassuntiva, nonostante l’assortimento della casistica per tipologia, ambito disciplinare e scala di riferimento, la maggior parte degli esempi è strutturata per requisiti, si basa cioè sull’individuazione di un elenco di requisiti con le relative specifiche tecniche, anche se in qualche caso (come nella normativa per il Piano del Parco Naturale del Bussento) si presentano in una forma mista: i criteri sono articolati per requisiti, ma lo strumento attuativo e le norme tecniche sono costruiti per oggetti.

Le esperienze citate nella scheda riassuntiva sembrano riconducibili a TRE TIPOLOGIE PRINCIPALI: 1) contributo di un lavoro di ricerca; 2) normativa tecnica di piano; 3) strumento legislativo.

 

TIPOLOGIA FORMA
 

 

1) ESPERIENZE DI RICERCA

 

 

 

testo scritto

con tabelle e grafici e/o disegni e schizzi

 

 

 

2) NORMATIVA TECNICA

 

 

 

testo, valori numerici e disegni

con specifiche tecniche del requisito

 

 

 

3) STRUMENTI LEGISLATIVI

 

 

 

 

testo scritto

linguaggio tecnico-giuridico

 

 

 

1) Il primo gruppo consiste in ESPERIENZE DI STUDIO E RICERCA finalizzate alla formalizzazione di alcuni aspetti della qualità dell’ambiente urbano visti secondo l’ottica prestazionale.

Sono approcci di taglio settoriale, ad esempio incentrati particolarmente sugli aspetti percettivi, o di visione globale, come nel caso di Lynch che formula una vera e propria teoria della qualità della forma urbana.

Il prodotto finale è in parte un testo scritto, a volte diagrammato rielaborando dati in forma numerica, come tabelle e grafici, e, in qualche caso, contiene anche disegni, schizzi, messaggi grafici di effetto, ma solo a titolo indicativo.

 

2) Nel secondo gruppo si sono inseriti casi di NORMATIVA TECNICA DI PIANO costruite su una base di tipo esigenziale-prestazionale.

Si tratta dunque di indicazioni prescrittive in forma numerica, disegnata e di testo, con abachi dei tipi compatibili, che hanno alla base una griglia di riferimento, costituita dalla descrizione delle classi esigenziali e dei requisiti ad esse riferiti.

Le indicazioni prescrittive ricadono nelle specifiche tecniche del requisito, cioè nelle istruzioni operative per l’utente, rappresentato dal progettista, dall’amministrazione ed anche dal proprietario stesso. Le specifiche possono essere specifiche di prestazione, o specifiche tecniche e dunque oggettuali, nel momento in cui indicano forma e tipologia.

Relativamente a questo gruppo, del quale la casistica disponibile è ancora ridotta, l’aspetto più significativo che preme evidenziare riguarda la struttura e l’articolazione delle norme; queste sono costruite, sempre su griglia prestazionale, a priorità di oggetto, cioè articolate per oggetti, cioè elementi dello spazio urbano, con indicazioni sulle prestazioni, o a priorià di requisito, cioè attribuendo ad ogni requisito alcune specifiche tecniche e di prestazione, soprattutto nel caso di impianti tecnologici e delle normative edilizie.

 

3) Anche a livello di STRUMENTI LEGISLATIVI si rileva una certa attenzione per l’approccio prestazionale al tema della qualità dell’ambiente urbano.

E’ intuitivo che i casi di questo ultimo gruppo sono in forma di testo scritto, con un linguaggio tecnico-giuridico e pertanto poco comunicativo per l’utenza allargata dello spazio urbano.

Costituiscono però il punto di partenza per l’innovazione concreta nella costruzione delle indicazioni normative del piano; sono anche la condizione irrinunciabile per la traduzione in termini prescrittivi delle indicazioni sia quantitative che qualitative, di quelle misurabili e di quelle non misurabili.

 

  1. Norme e prestazioni

 

Le norme tecniche, oltre a rappresentare, come detto, il presupposto principale per l’attuabilità dei progetti urbanistici, costituiscono anche il tramite con cui semplicemente leggere (nel caso di progetti esistenti) o addirittura orientare (nel caso di nuovi progetti) l’impostazione concettuale che sottende al progetto, in qualche modo la filosofia che lo guida.

Nel caso dell’impostazione esigenzial-prestazionale questo discorso risulta ancor più interessante allo stesso tempo per la relativa novità del tema e per la scarsa disponibilità di sperimentazioni in urbanistica, rappresentando questo un campo ancora da esplorare in molti aspetti; per fare un esempio, nelle forme differenti che può prendere una struttura normativa di questo genere nel caso di tessuti esistenti o nel caso di nuova edificazione.

Del resto proprio per l’innegabile condizionamento dell’applicabilità del piano da parte delle norme, l’idea di città che sottende al progetto passa per la normativa. Attraverso la norma si dovrà dunque essere in grado, oltre che di garantire l’attuabilità dell’idea progettuale, anche di recepire e di restituire i cambiamenti e le tendenze in atto a livello disciplinare. Nel caso della normativa ad impostazione esigenziale quest’ultima questione può risultare meno immediata nella lettura dei progetti urbanistici, perchè gli strumenti concettuali a disposizione nella disciplina sono ancora pochi, non universalmente riconosciuti e diffusi. Il rischio può essere quello di leggere ed interpretare un piano con questa impostazione sulla base delle conoscenze che possiamo definire, per distinguerle dal prestazionale, di tipo tradizionale, ma non per questo poco innovative, scomponendo lo strumento urbanistico secondo criteri non adeguati.

Alle norme di tipo tradizionale si stanno affiancando altri strumenti innovativi nella forma del piano che, secondo quanto riportato da Carlo Gasparrini,[xvi] constano di tre diverse modalità di indirizzo e controllo delle trasformazioni dello spazio urbano, a cui corrispondono tre categorie di strumenti; queste tre modalità costituiscono nel loro complesso la struttura normativa di tipo esigenzial-prestazionale riadattata per la progettazione urbanistica e non sono pertanto da considerarsi alternative l’una dell’altra.

 

  1. La prima modalità, quella fondamentale e strutturante di tipo prestazionale, si basa sulla definizione di un sistema di requisiti, suddivisi in base ad esigenze primarie, e di relative prestazioni (di tipo quantitativo e qualitativo) richieste agli oggetti; i requisiti sono riferiti agli elementi costitutivi dello spazio urbano e “sono da intendersi come i connotati fondamentali e irrinunciabili (da un punto di vista tipomorfologico, funzionale, organizzativo e/o ambientale)”[xvii] che un determinato oggetto, una determinata parte dello spazio urbano deve possedere nel tempo, successivamente all’intervento previsto dallo strumento urbanistico;

 

  1. La seconda, di tipo comportamentale, fornisce criteri ed indicazioni relativamente alle procedure di conoscenza, alla fase di progettazione ed a quella di gestione mirate alla tutela delle esigenze e dei requisiti indicati; questo tipo di strumenti si concretizza in “Guide comportamentali per la redazione di progetti di trasformazione dello spazio urbano” rivolte ad amministratori, a progettisti, a Commissioni Tecniche, a privati. “Il senso di tale strumento è quello di indicare più iter metodologici che complessivamente garantiscano il raggiungimento degli obiettivi prefissati per l’ambito in cui si opera”[xviii].

Anche questo tipo di Guide e Manuali è articolato in chiave prestazionale specificando per ogni oggetto le caratteristiche che devono avere gli elementi costitutivi dello spazio urbano per il soddisfacimento di alcuni tra i requisiti indicati che interessano l’elemento in questione. In tal modo, indicando l’iter procedurale da seguire, essi dovrebbero garantire sia la rispondenza del singolo requisito e sia la coerenza del sistema generale, allo scopo di evitare che il soddisfacimento di un requisito possa avvenire a scapito di un altro.

 

  1. La terza, di tipooggettuale o delle soluzioni conformi, si basa su suggerimenti non cogenti relativi a soluzioni tecnico-progettuali, sempre allo scopo di garantire, con le prestazioni degli oggetti, il soddisfacimento dei requisiti individuati; quest’ultima modalità si traduce spesso in “Repertori progettuali di soluzioni conformi e consigliate”, sotto forma di abachi disegnati, estensibili ad altre proposte, una volta valutata la compatibilità con i requisiti individuati.

 

La forma di supporto normativo ipotizzabile si va configurando come un sistema integrato di più elementi, tutti mirati al soddisfacimento dei requisiti tramite la descrizione dei vari aspetti costitutivi della qualità dell’ambiente urbano.

Ci si aspetta dunque di trovare sempre più spesso, in casi con questa impostazione, indicazioni progettuali sotto forma di regole morfologiche, di criteri comportamentali per gli operatori, di soluzioni suggerite.

 

Verso il prestazionale?

 

Nell’ambito della riflessione sulle nuove forme della pianificazione risulta interessante chiedersi quali siano i vantaggi di piani e norme tecniche costruiti secondo l’approccio prestazionale. Pur essendo queste teorie meno diffuse ed ancora in una fase sperimentale, rivestono comunque un certo interesse; inoltre le riflessioni fatte in una fase di sperimentazione possono essere più proficue per la definizione ultima del metodo.

Ma prima ancora è bene precisare alcune questioni a proposito della scala di sfondo a questo scritto.

Si è già detto nella nota iniziale che in questa sede non si fa riferimento esclusivamente allo strumento urbanistico generale, ma anche al progetto urbano con i relativi criteri per la progettazione. Anticipando in qualche modo le conclusioni del presente paragrafo, il discorso sulla scala, o per meglio dire sull’ampiezza dell’area oggetto del progetto urbanistico, è essenziale nel caso di strumenti urbanistici di tipo prestazionale, in quanto questi risultano probabilmente più efficaci proprio se riferiti a parti di città, a piccoli ambiti piuttosto che ad interi centri. Sembrano più facilmente applicabili al caso della microurbanistica piuttosto che dell’intero organismo urbano, perchè in quest’ultimo caso le variabili da controllare sarebbero eccessive.

In questa sede si parla quindi principalmente di progetti urbani, di progetti di parti di città inseriti comunque in un più ampio ragionamento relativo all’assetto dell’intero ambito. Ma si ritiene che le considerazioni scaturite da questo tipo di sperimentazioni possano essere comunque di notevole interesse per indagare le nuove forme del piano urbanistico.

Inoltre è bene anche chiarire che questa riflessione sulle nuove forme di normativa tecnica non si riferisce, come detto, soltanto alle Norme Tecniche di Attuazione dello strumento urbanistico generale, ma anche, se non soprattutto, ai nuovi codici del progetto urbano. Con questo termine si fa riferimento alla logica del progetto-guida, cioè di una definizione dell’assetto morfologico-funzionale dello spazio urbano attraverso regole costituite da invarianti e da variabili. L’impostazione riveste un preciso interesse nel fatto che mira a recuperare e a valorizzare la complessità e la stratificazione della costruzione della città attribuendo al progetto urbano un ruolo di sintesi di tali aspetti.

Il discorso sulla regola si può far risalire al 1967 quando fu introdotto da C. Alexander per la prima volta in un’appendice del suo libro “Note sulla sintesi della forma” [xix]

Successivamente, nel 1987, in “A new theory of urban design” [xx]Alexander ritorna a studiare il tema del sistema di requisiti come guida alla progettazione, spingendo rispetto a Lynch il ragionamento più verso la fase attuativa. Egli formula sette regole (più una overrule) con le quali sviluppa un esperimento didattico di progettazione in un’area di riqualificazione urbana di San Francisco; le regole prendono la forma di un insieme di norme aventi lo scopo di portare il processo di progettazione verso una forma articolata e stratificata del tipo di quella che ha prodotto i tessuti storici delle città europee.

L’aspetto più affascinante e al tempo stesso più rischioso di queste operazioni sta proprio nel punto di raccordo tra la costruzione in progress del programma e del progetto e la costruzione in progress fisico-funzionale della città.

Il filone di ricerca relativo ai requisiti del progetto urbano, oltre a quelli dei suddetti Lynch e Alexander, segna anche altri contributi in tale direzione, tra i quali si ricordano:

 

  1. a)rimanendo nell’ambito del gruppo di lavoro della presente ricerca,le ipotesi di nuove regole per la ricomposizione urbana formulate da E. Piroddi e P. Colarossi. Queste regole sono espresse sotto forma di antinomia in cui il primo termine indica l’esito auspicato e il secondo quello da evitare. Le sei antinomie sono: 1) addizione/sottrazione, 2) complessità semplificazione, 3) continuità/discontinuità, 4) finito/non finito, 5) morfologia/tipologia, 6) uso/immagine.[xxi]

 

  1. b) l’iter complessivo e in particolare la struttura delPla Especialnel caso dell’esperienza barcellonese. Rimandando ad altre sedi per una trattazione più specifica del tema, in questo scritto si richiamano soltanto gli elementi costitutivi del piano, e cioè criteripre-progetto, normativa grafica e ordinanze e i tre diversi livelli di queste prescrizioni, dal più rigido al più elastico. I criteri costituiscono una sorta di spiegazione sotto forma di testo scritto dei contenuti delle norme in merito alla soluzione progettuale e architettonica delle singole unità e all’idea di progetto complessiva. Il pre-progetto esprime invece graficamente i contenuti della normativa mostrando anche le possibili soluzioni progettuali ammesse e definendo un repertorio tipologico di riferimento. La normativa grafica e le ordinanze definiscono l’assetto morfotipologico specifico prescritto dal piano, con indicazioni di tipo prescrittivo su altezze degli edifici e rapporto tra elementi del costruito e spazi aperti, sugli allineamenti, sui varchi nelle fronti costruite, sui punti di connessione tra gli isolati e la strada.[xxii]

 

  1. c) le linee guida (urban and landscape design guidelines) elaborate nell’ambito del piano di riqualificazione dell’area dei Royal Albert Dock a Londra.Rimandando anche in questo caso ad altri momenti per una trattazione più dettagliata del tema, si sottolinea in questa sede l’importanza di questa esperienza come strumento per il controllo del progetto nella fase attuativa rivolto sia allo spazio costruito che allo spazio libero pubblico; difatti le linee guida si articolano inlinee guida per il disegno dello spazio urbano, mirate al controllo dei volumi degli edifici, della mobilità veicolare, dell’assetto funzionale nell’area e linee guida per il disegno del paesaggio mirate alla definizione degli spazi pubblici e dell’assetto morfologico generale dell’ambiente urbano. Inoltre le linee guida sono strutturate in riferimento all’intera area dell’intervento per la quale danno criteri generali fino al dettaglio per alcune aree particolarmente significative per l’assetto dell’ambito per le quali danno indicazioni più specifiche.

 

A questo proposito si riscontrano anche altri spunti di riflessione dalle recenti esperienze francesi. “L’ultima componente della continuità” tra la politica urbanistica degli anni ‘60-’70 e i nuovi quartieri individuata, a proposito dell’esperienza delle ZAC in Francia, da Enrico Chapel “risiede nella sovrapposizione di un lavoro di architettura, estraneo ad ogni considerazione urbanistica, ad un pensiero urbano che, in fondo, non controlla gli esiti architettonici dello spazio fisico”. A proposito della morfologia Chapel fa notare che “la riflessione condotta dall’APUR (Atelier Parisien d’Urbanisme) si limita alle sole specificità orizzontali del luogo e non si conclude in una proposizione morfologica ricca anche della sua complessità architettonica”.[xxiii]

Come in ogni programma di interventi progettuali, anche per quanto riguarda i criteri-guida è necessario un elemento unificante che dovrebbe essere lo spazio pubblico. Del resto alcune esperienze europee dimostrano che questo costituisce una garanzia di autenticità rispetto ai valori della comunità residente nella città luogo degli interventi.

Ad esempio a Villejuif (Francia) il progetto nasce proprio dall’esigenza di sistemazione degli spazi esterni. Il tema ha poi costituito lo spunto per la definizione di regole per la trasformazione dello spazio urbano, arrivando fino ai confini con la sistemazione architettonica di alcuni elementi (attacco a terra degli edifici secondo le soglie definite da Chemetoff), cosa che dimostra ancor più la natura unificante dello spazio pubblico come luogo, nel progetto urbano, del dialogo attualmente piuttosto raro, tra architettura e urbanistica.

 

La morfologia dello spazio urbano

 

Il tema della morfologia è di importanza determinante e non può non occupare una posizione centrale nella riflessione su regole e normative in relazione alla qualità urbana, che dipende in maniera sostanziale dall’assetto fisico dei luoghi. Saranno dunque essenziali gli strumenti a disposizione per il controllo della qualità dei luoghi nel piano generale e nel singolo progetto urbano.

“Se, perciò, la qualità della città è anche qualità morfologica, lo strumento urbanistico deve essere in grado di controllare la qualità morfologica dell’intervento, anche nel corso del tempo, (…) anche nella probabile pluralità e diversità di operatori che intervengono”.[xxiv]

La morfologia, che rappresenta l’aspetto più complesso nella gestione della qualità fisica e della bellezza delle città, costituisce la differenza sostanziale delle norme urbanistiche rispetto alle normative tecniche di area tecnologica. La qualità morfologica non è sempre quantificabile e riconducibile a caratteri oggettuali, nè facilmente definibile, ma al tempo stesso è proprio l’aspetto che restituisce la “bellezza” e la “qualità” di  un insediamento urbano.

Nella consapevolezza che la sola zonizzazione è insufficiente a “governare la qualità morfologica”, si sta diffondendo la convinzione dell’essenzialità di introdurre “un campo di indicazioni e prescrizioni su aspetti morfologici del progetto di intervento, le cosiddette norme morfologiche, o in termini più estensivi, regole per l’edificazione” che, includendo anche la zonizzazione, costituiscono “il complesso di indicazioni e prescrizioni, disegnate e scritte, che forniscono la guida, anche morfologica, all’attuazione del progetto”.[xxv]

 

Nel ripercorrere le ultime vicende elettorali a livello comunale, Bernardo Secchi individua “due concezioni della natura dei problemi urbani e del posto dell’urbanistica nella società”. Secondo la prima, che considera il diritto come elemento centrale, la costruzione dell’urbanistica si identifica “con la definizione di regole nelle quali si possa consensualmente riconoscere l’interesse generale e che si rappresentino entro codici, singole leggi o norme”. [xxvi]

Il risultato di tale concezione è la stratificazione di norme, leggi e decreti che sono state attuate con profondo ritardo o, per reazione, addirittura disattese, per cui a molti degli eventi urbanistici dell’ultimo trentennio non è corrisposta una applicazione delle leggi ordinarie, semmai leggi straordinarie, leggi speciali o sanatorie.[xxvii]

La seconda concezione, che considera l’interesse come elemento centrale, “identifica la costruzione dell’urbanistica” con l’orientamento di energie ed interessi verso “l’organizzazione contrattuale dello scambio, verso obiettivi se non universalmente condivisibili, almeno tra loro compatibili”. Le due concezioni dovrebbero essere considerate e ben identificate, secondo Secchi, nei nuovi piani e nei progetti urbanistici; lo stesso Secchi individua proprio nello studio “tramite abachi, schemi, disegni delle prestazioni fisiche“ degli elementi costitutivi dello spazio urbano (che definisce “materiali”) il nodo centrale da esplorare. La qualità urbana verrebbe dunque affidata a indicazioni normative dettagliate su tali “materiali”, non sempre riconducibili ad un riferimento giuridico.

L’idea sembra comunque, pur con le dovute differenze, orientarsi da più parti verso la definizione di regole per definire le prestazioni dello spazio urbano attraverso il progetto inteso come sondaggio progettuale. Nel caso dunque di normative urbanistiche ad impostazione esigenzial-prestazionale, oltre alle indicazioni di tipo puramente numerico e definitorio (indici, densità, limiti, etc.) si dovranno necessariamente considerare gli aspetti morfologici di cui si è detto, insieme ad aspetti legati alla struttura socio-economica ed ai valori testimoniali;[xxviii] questi avranno dunque la forma di guide per il buon progetto, nel rispetto degli elementi costitutivi del contesto esistente.

Questo fatto costituisce anche un indicatore del cambiamento di atteggiamento nei confronti del piano e delle relative norme tecniche visti come elementi dinamici nella forma e nei tempi di attuazione.

Gli elementi di questo diverso atteggiamento si possono sintetizzare in alcuni punti essenziali:

– la perdita del carattere omnicomprensivo e definitivo del piano;

– la considerazione del fattore tempo come elemento dinamico che accompagna l’intero processo di piano;

– la conseguente individuazione di più velocità nell’attuazione dei piani, tramite il riconoscimento di elementi prioritari ed elementi secondari;

– la consapevolezza dell’utenza del piano come fattore in continuo cambiamento;

– il nuovo modo di articolare le fasi di acquisizione delle conoscenze e delle analisi;

– la considerazione della qualità dell’ambiente urbano come fattore complesso condizionato da più aspetti;

– il tema della scala dei progetti e delle norme: la produzione di piani generali che si spingono con le norme fino ai limiti del progetto attuativo e le realizzazioni significative anche a livello di progetto urbano.

Tale cambiamento di atteggiamento e la conseguente utilizzazione di strumenti prestazionali presenta alcuni aspetti significativi che, si noti, non sono tutti attribuibili esclusivamente a piani e norme con questo approccio e dunque alternativi a strumenti di altra impostazione, ma aiutano a trovare il senso e l’utilità della sperimentazione su questi temi.

Gli aspetti peculiari sono riconducibili ai seguenti fattori:

  1. a)Ampiezza dell’area di studio. Un piano prestazionale è pensabile, come tutti i piani, per ambiti di diversa ampiezza, dall’intero territorio comunale, al centro urbano, a parte di un ambito più ampio. Come già illustrato nel punto precedente è pur vero che al momento le sperimentazioni attuate riguardano principalmente casi di piccola scala, se riferiti ad un ambito ben delimitato (PSER, Piani di Recupero di Morigerati e Sicilì), o normative tecniche di livello regionale (NTR-ER, UNI).
  2. b)Rapporto col tempo in relazione al controllo. E’ proprio nella natura delle norme tecniche lo scopo di esprimere e di garantire l’attuazione delle prescrizioni di piano nel tempo di validità di questo; risulta pertanto essenziale la forma di comunicazione delle intenzioni del piano nelle suddette norme. Nel caso della normativa prestazionale vengono descritte appunto le prestazioni richieste allo spazio urbano dai vari punti di vista (i requisiti) individuati sotto forma più di risultato finale da perseguire piuttosto che di indicazione precisa nel tempo dato. La natura delle norme prestazionali sembra più adatta ad un tipo di gestione del piano nel tempo, spesso affidata a soggetti gestori diversi; essa tutela maggiormente le intenzioni del progettista nella redazione del piano perchè aggiunge alla necessaria descrizione oggettuale dei risultati da ottenersi e delle modalità per raggiungerli altri aspetti relativi sempre ai risultati finali, che non sempre però ne specificano i modi per ottenerli. Si garantisce dunque il risultato e non sempre le modalità e le procedure per raggiungerlo.
  3. c) Utilità delle norme come guida procedurale ai progettisti.Per quanto appena detto le norme, oltre a fornire indicazioni di vario tipo (oggettuale, soluzioni conformi consigliate, ecc.), possono diventare un riferimento per i progettisti che interverranno nella fase attuativa del piano, presumibilmente in tempi differenziati.
  4. d) Garanzia della omogeneità formale dell’attuazione.Soprattutto nel caso in cui si tratti di un ambito unico da scomporre in varie sottoparti, i criteri generali delle norme permettono di garantirsi alcunirequisiti minimi nell’attuazione (la cui carenza snaturerebbe l’idea del piano), anche se questa dovesse avvenire per parti ed in fasi differenziate.
  5. e) La lista di requisiti come riferimento durante la progettazione e come lista di controllo ex post.La lista presenta una duplice utilità: in parte, come detto anche al punto c), serve a dare omogeneità formale e procedurale alla progettazione, in parte può funzionare come lista di controllo dei progetti da parte dei soggetti gestori pubblici per verificarne la rispondenza ai criteri comuni precedentemente indicati nel piano.
  6. f) Considerazione di aspetti propri di altre discipline.La prescrizione della rispondenza a determinati requisiti è spesso estesa anche ad aspetti propri di altri ambiti disciplinari; il riferimento alla lista di requisiti garantisce la valutazione anche di altre questioni a volte trascurate nei piani urbanistici (igiene ambientale, ecologia, ecc.).
  7. g) La forma delle norme.L’aspetto più significativo e forse quello che le differenzia di più dalle altre norme èla forma con cui sono costruite e scritte che non è più come “il tradizionale articolato di prescrizioni oggettuali scritte del tipo così non si fa/si fa così affidato ad una indecrifrabile soggettività del pianificatore,”[xxix] ma è relativo al risultato finale da raggiungere eventualmente solo con le specifiche sulle procedure per ottenerlo.

 

BIBLIOGRAFIA

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– Caniglia Rispoli C., “Il concetto di prestazione in urbanistica” in Potenzialità urbanistiche del criterio prestazionale, atti della 1ª giornata di studio, Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cagliari, 15/4/’93

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– Piroddi E., Colarossi P., “Dalla frammentazione alla ricomposizione urbana”, seminario di studio, Parigi, 1992

– Piroddi E., Colarossi P., Mattogno C., “La riforma degli strumenti di piano”, in Atti del XX Congresso dell’INU, Palermo 20-22 maggio 1993

 

Note

[i] La parte finale del punto 2 e il punto 3 sono inseriti in un lavoro dal titolo “Le nuove forme di normativa tecnica del piano urbanistico: l’approccio esigenziale-prestazionale”, presentato alla XV Conferenza AISRe, Matera, 1994.

[ii] “NTR-ER Normativa Tecnica Regionale dell’Emilia Romagna”, coordinatore Ing. Elio Piroddi, 1978, pag. 12.

[iii] La definizione di oggetto è, in questa sede volutamente generica; in realtà il campo di applicazione può variare a seconda del tipo di oggetto a cui è richiesta una prestazione.

[iv] La sequenza “bisogni-esigenze-requisiti-prestazioni-controlli” è parte della letteratura dell’approccio prestazionale ed è riscontrabile in molti studi e ricerche.

[v] Si vedano le numerose definizioni che fornisce il “Dizionario enciclopedico scientifico e tecnico” di Mc Graw-Hill, Zanichelli, 1980: 1. Prestazione [ELAB], 2. Prestazioni [ING], 3. Prestazioni di esercizio per servizio continuato [ELETTR], 4. Prestazioni di un raddrizzatore [ELETTRON], 5. Prestazioni nominali del ventilatore [ING MECC], 6. Prestazioni standard [ORD IND].

[vi] A tale proposito si veda: Cosa M., “Il rumore urbano e industriale”, Istituto di Medicina Sociale, Roma, 1980.

[vii] Caniglia Rispoli C., “Il concetto di prestazione in urbanistica” in “Potenzialità urbanistiche del criterio prestazionale”, atti della 1ª giornata di studio, Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cagliari, 15/4/1983, pag. 13.

[viii] Norma UNI/CE 7867 “Terminologia per requisiti e prestazioni”.

[ix] “NTR-ER Normativa Tecnica Regionale dell’Emilia Romagna”, coordinatore Ing. Elio Piroddi, 1978, pag. 13.

[x] Le verifiche in campo industriale e tecnologico si basano sulla strategia aziendale della Qualità Totale secondo la quale sono individuabili più livelli di qualità riferiti: a) alle prestazioni minime, b) alle prestazioni superiori alle aspettative dell’utente, c) alle prestazioni superiori alle altre che inducono l’utente a preferire il prodotto ad un altro sul mercato.

[xi] Zaffagnini M., “Per una progettazione esigenziale”, in “Progettare il prestazionale”, cap. 6,

[xii] Idem, pag. 225.

[xiii] Di Battista V., “La concezione sistemica e prestazionale nel progetto di recupero”, Recuperare n° 36, 1988, pag. 404-417.

[xiv] Gabellini P., “Nuovi piani: questioni aperte”, Urbanistica n° 95, 1989, pag. 39-42.

[xv] Losasso M., “La qualità dell’ambiente urbano”, in Commercio e città (a cura della Camera di Commercio di Napoli), Napoli, pag. 318.

[xvi] L’articolazione che segue è ripresa da: Gasparrini C, “L’attualità dell’urbanistica”, Etas, Milano, 1994, cap 13.

[xvii] Art. 3 “Contenuti prestazionali, comportamentali e oggettuali delle norme” delle NTA del Piano di Recupero del Comune di Morigerati (SA).

[xviii] Idem, art. 3.

[xix] Alexander C., “Note sulla sintesi della forma”, Milano, Il Saggiatore, 1967.

[xx] Alexander C, Neis H., Anninou A., King I., “A new theory of urban design”, Oxford University Press, Oxford, 1987.

[xxi] Piroddi E.-Colarossi P., “The urban project: from fragmentation to recomposition”, in Architecture and Behaviour, vol. 7, n° 4, 1991, pag. 367-374.

[xxii] Infussi F., “Barcellona: la Vila Olìmpica e la modificazione della città”, in Macchi Cassia C. “Il grande progetto urbano”, NIS, Urbino, 1992, pag. 185-207.

[xxiii] Chapel E., “Parigi: progetti di ZAC”, Casabella n° 581, 1991, pag. 42-59.

[xxiv] Colarossi P., “Interventi di centralizzazione della periferia: il caso di Roma”, pag. 29, in rapporto del gruppo nazionale di ricerca su: “Il recupero delle periferie urbane” coordinatore centrale: E. Piroddi, Roma, Esagrafica, 1992.

[xxv] Idem, pag. 29.

[xxvi] Secchi B., “Nuove regole per le città”, Casabella n° 604, 1993, pag. 20.

[xxvii] Ne sono un esempio: l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, la vicenda del condono le risposte spesso inefficaci alle emergenze ambientali, i ritardi diffusi nella perimetrazione delle aree mteropolitane secondo le indicazioni della L. 142/90, etc.

[xxviii] L’affermazione che può sembrare ovvia, nel senso che è evidente che un piano urbanistico si occupi della morfologia dei luoghi, si riferisce alla originaria formulazione di normative tecniche ad impostazione esigenzial-prestazionale che considerano aspetti puramente tecnico-funzionali. La riflessione che si sta proponendo verte proprio sulla trasposizione di tali concetti alla disciplina urbanistica e sui cambiamenti necessari nelle strutture normative.

[xxix] Gasparrini C., “La normativa di riqualificazione nel rapporto tra piano e progetto”, in AU-Tecnologie n° 10, pag. 89-95.

Tratto da

http://www.cittasostenibili.it/html/testo_sito_Anto.htm

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