Nel patrimonio genetico e spirituale dell’uomo sopravvive, nonostante tutto, la nostalgia per i grandi valori della vita.

L’aridità morale di un periodo, come il nostro, può costringere l’anima a ritirarsi nelle prigioni sterili del razionalismo o nel irrazionalismo sub-umano, ma non riuscirà mai a interrompere il flusso, nel profondo nostra coscienza, di un ricordi di un Dio.

Il genere umano è attratto dai simboli,  anche se ignari dei loro significanti , in virtù di archetipi di un tempo lontano depositato nella nostra memoria collettiva.

Gli abitanti delle città amano appassionatamente la loro cattedrale, dove battezzano i figli, fanno la prima comunione, si sposano, affidano a Dio i defunti e ricordano  i loro avi, partecipano alle feste dei Santi e ai grandi eventi del calendario cristiano. La cattedrale e la grande culla della loro anima, darebbero la vita per difenderla, eppure ignorano i pilastri sacri dei simboli che la reggono in piedi da secoli.

Il rito di consacrazione di una basilica

Nel rito di consacrazione di una basilica si svolge la trasfigurazione della materia nella realtà dello spirito. L’edificio di pietra  diventa il corpo di Cristo. All’inizio della cerimonia le porte della cattedrale sono sbarrate, all’interno  regna il buio assoluto. Il vescovo, con il cero in mano, bussa forte alla grande porta per scacciare le tenebre ed entra nel santuario pronunciando le parole della consacrazione. La cacciata delle tenebre è il primo simbolo del battesimo di una chiesa. Il momento culminante di questo rito è costituito dall’accensione dei cinque ceri sull’altare, mentre il vescovo, tracciando cinque volte il segno della croce con la crisma, proclama:
“Signore che hai fatto la pietra, simbolo della durata e della forza,
questa pietra a te oggi noi dedichiamo come tuo altare”.

[CAMILIAN DEMETRESCU]

I Libri di Pietra

Innegabile, ben poche architetture sacre moderne, risvegliano nei fedeli, nei celebranti, emozioni e senso del rito che si celebra.

Molteplici sono le cause, ma ne raccontiamo solo la principale a nostro avviso.

Nonostante questo nostro limite rimaniamo in ogni caso affascinati e colpiti dalla bellezza oggettiva di questi “Libri di Pietra” pur non comprendendone a fondo la vera origine. Questa reazione di stupore però non accade di fronte agli edifici di culto costruiti in epoca contemporanea: cosa è andato perduto?

Nel patrimonio genetico e spirituale dell’uomo sopravvive, nonostante tutto, la nostalgia per i grandi valori della vita. L’aridità morale di un periodo, come il nostro, può costringere l’anima a ritirarsi nelle catacombe dell’essere, ma non riuscirà mai a spegnere, nel profondo della coscienza, la fiamma del ricordo di Dio. Siamo affascinati dal mondo dei simboli, anche se ignari del loro significato, in virtù di questo personale e segreto rapporto col mistero.
Gli abitanti delle città amano appassionatamente la loro cattedrale, dove battezzano i figli, fanno la prima comunione, si sposano, affidano a Dio i defunti e ricordano  i loro avi, partecipano alle feste dei Santi e ai grandi eventi del calendario cristiano. La cattedrale e la grande culla della loro anima, darebbero la vita per difenderla, eppure ignorano i pilastri sacri dei simboli che la reggono in piedi da secoli.

Nel rito di consacrazione di una basilica si svolge la trasfigurazione della materia nella realtà dello spirito. L’edificio di pietra  diventa il corpo di Cristo. All’inizio della cerimonia le porte della cattedrale sono sbarrate, all’interno  regna il buio assoluto. Il vescovo, con il cero in mano, bussa forte alla grande porta per scacciare le tenebre ed entra nel santuario pronunciando le parole della consacrazione. La cacciata delle tenebre è il primo simbolo del battesimo di una chiesa. Il momento culminante di questo rito è costituito dall’accensione dei cinque ceri sull’altare, mentre il vescovo, tracciando cinque volte il segno della croce con la crisma, proclama:
“Signore che hai fatto la pietra, simbolo della durata e della forza,
questa pietra a te oggi noi dedichiamo come tuo altare”.

Garages per le anime

Fortunatamente, esiste ancora oggi la volontà di costruire  una chiesa nel deserto dei quartieri nuovi delle città. Ma, sfortunatamente, quello che produce l’architetto d’”avanguardia”, non è una chiesa. Può essere un motel, una discoteca, una palestra, una sala convegni con parcheggi e servizi confortevoli; può sembrare tutto quello che serve alla città moderna, fuorché una chiesa, e tanto meno un luogo che possa significare il corpo di Cristo. Hans Sedlmayr, il fondatore della scuola storiografica  di Vienna, definiva queste pseudo chiese, con azzeccata espressività, “Garages per le anime”

Hans Sedlmayr “garages per le anime” costruite dalla nomenclatura laica che conta, che non sono né orientate, né minimamente sfiorate da intenzioni simboliche. Veri parcheggi urbani per soggetti solitari anacronistici…

Che cosa manca a questi ibridi edifici per meritare la dignità di un luogo di culto? Manca prima di tutto il senso sacro dell’architettura, priva di elementari regoledell’identità   cristiana. Nella pianta stessa dell’edificio è assente il simbolo primordiale  del rapporto tra uomo e Dio: il dialogo tra il cerchio e il quadrato, tra l’abside semicircolare, dimora del trono di Dio – sancta sanctorum – e il quadrato del nartece, simbolo dell’uomo e della terra  destinato ai fedeli partecipanti al rito liturgico. Nella tradizione paleocristiana della chiesa come corpo di Cristo, l’abside rappresenta la testa, il nartece il corpo, il transetto le braccia aperte del crocefisso. L’architetto moderno è libero, naturalmente, di  esprimere a modo suo questo simbolismo elementare, senza però trascurare gli archetipi della grande Tradizione, in nome della totale libertà di espressione.

L’iconografia  di questi garages per le anime contraddice anch’essa l’identità cristiana del luogo di culto. L’essenza del cristianesimo è l’incarnazione del Dio che si fa umo, dell’invisibile che diventa visibile. Come può una vetrata astratta, una scultura informale o una icona ridotta a forme geometriche raffigurare il volto del Cristo incarnato, svolgere la funzione di catechismo visivo, offrirsi come appoggio iconografico durante la funzione liturgica? Non bastano le parole del sacerdote per ricordare che Dio è sceso fra di noi. La catechesi verbale, soprattutto in una civiltà incentrata sull’immagine, non è più sufficiente per  risvegliare nelle coscienze i grandi eventi dell’avventura cristiana, della storia di Cristo, della Creazione e della vita dei Santi. Il vuoto di significato scaccia il mistero, lo spazio arido, privo dell’eco biblico dell’immaginario della fede, fa da cassa di risonanza ai rumori della città. La preghiera a occhi chiusi, per ricordare il fascino di una vera chiesa, diventa un atto di sofferta penitenza. Non dobbiamo quindi meravigliarci se lo stupore non ci assilla quando siamo costretti a parcheggiare la nostra anima in questi garages parrocchiali.

 

L’architetto  ha perduto il senso del sacro, dal suo centro.

L’autore sottolinea nella rivoluzione dell’arte contemporanea i segni della crisi del nostro tempo, che oscilla fra il razionalismo tecnocratico e l’irrazionalismo sub-umano. All’origine dell’arte contemporanea vi è il rifiuto dell’essere e l’esaltazione del soggetto, dell’io, elevato a creatore onnipotente.

Ma il rinnovamento spirituale della chiesa gotica – come anche il rinnovamento della
Scolastica – non è riuscito. Ciò dipende soprattutto dal fatto che al rinnovamento del
gotico architettonico non corrisponde un rinnovamento della sua iconografia; i suoi dipinti
sono teologicamente privi, o quasi, di spirito inventivo; sono soggettivi e non esiste
un rapporto tra loro. La storia del declino dell’iconografia cristiana, che va di pari
passo con il declino dell’antica mitologia, dovrà una volta o l’altra essere scritta per far
conoscere le vicende della chiesa nel secolo diciannovesimo. Non si è riusciti neppure
a creare una valida immagine di culto. L’estetizzazione dell’elemento religioso non lo
ha permesso.
Tentativi per usare orientamenti architettonici moderni nella costruzione di chiese
furono fatti solo più tardi; ma, a parte alcune opere notevoli di valenti artisti, essi non
ebbero esito soddisfacente, allo stesso modo come non lo ebbero i tentativi per guadagnare
l’operaio al cristianesimo. Tanto la massa operaia quanto la nuova architettura
tecnica non si sono cristianizzati. Eppure le visioni di giganteschi edifici di vetro e di
ferro così ricchi di elementi dell’avvenire e recanti indubbiamente in sé un misterioso
carattere di trascendenza, avrebbero potuto determinare la nascita della nuova forma
di chiesa, così come avvenne al tramonto dell’antichità, quando forme profane diedero
origine all’edificio cultuale cristiano. Questa occasione però non fu notata o non fu colta
al momento opportuno.
Lo stesso si può dire del castello

Homo Symbolicus

In un certo momento nella storia dell’evoluzione umana troviamo le prime tracce di una concezione simbolica

Origine del termine

Il termine “sacro” deriva dal termine latino arcaico sakros rinvenuto sul Lapis Niger, sito archeologico romano risalente al VI secolo a.C. e, in un significato successivo, indica anche ciò che è dedicato alla divinità e al suo culto.

La radice di sakros, è il radicale indoeuropeo *sak il quale indica qualcosa a cui è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo fondamento e conforme al cosmo.

Da qui anche il termine, sempre latino, di sancire evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di significati, il sakros sancisce una alterità, un essere “altro” e “diverso” rispetto all’ordinario, al comune, al profano.

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