Abitare, tempo libero e arte contemporanea sembrano essere i sostantivi cui si legano i tracciati di un nomadismo urbano che a Parigi come ad Amsterdam, Londra o New York sono capaci di ridisegnare gli scenari di interi quartieri urbani, attraverso il ripensamento degli usi e delle funzioni che vanno determinando le nuove topografie metropolitane.

Troppo lentamente l’Italia muove lo sguardo verso queste potenzialità inespresse. E’ auspicabile orientare l’interesse della cultura, degli operatori privati e delle amministrazioni pubbliche verso quelle – poche – esperienze di trasformazioni urbane capaci di ripensare gli usi di intere aree urbane dismesse, come ex zone produttive , reti in disuso e strutture portuali, predisponendole ad accogliere funzioni museali, stazioni espositive, strutture sociali e quant’altro, capaci di diventare a loro volta incubatori di ulteriori trasformazioni di pregio.

La riconversione di tracciati ferroviari, viadotti e tunnel in passeggiate, luoghi dell’abitare e attività di servizio, a Berlino come ad Amsterdam, è stata capace di modificare in meglio interi brani del tessuto delle città. Nelle periferie, questa archeologia del moderno è capace di rinnovare il ruolo di intere parti di città dimenticate, ingegnoso espediente contemporaneo in grado di riabilitare evolvendo. D’altronde, la storia insegna che molta bellezza delle città italiane sta nella varietà eccezionale, spesso dovuta ad una tradizione del fare legata al riuso.

Una cultura italiana fortemente stanziale, giudica degni di destinazioni d’uso legate all’esposizione o alla rappresentanza soltanto gli edifici di riconosciuto valore storico. Difatti, il centro storico è da sempre il luogo del riuso per eccellenza: al suo interno continuano a perpetuarsi quelle trasformazioni che, nella storia, hanno costruito i meriti della cultura architettonica italiana – le riconversioni della cattedrale di Siracusa, di palazzo Orsini a Roma, la piazza del mercato di Lucca, capaci di sedimentari palinsesti spazio-temporali di indubbio interesse e validità – ma che, a volte, hanno danneggiato irreversibilmente l’immagine delle nostre città, cancellando tracce e alterando contesti, come nel caso degli ex palazzi nobiliari che nell’Ottocento sono stati trasformati uniformemente dallo stile istituzionale ed omologati dalle tecniche di restauro. Questo trasformare secondo modelli ha generato il depauperamento della ricchezza dei paesaggi storici italiani. Lo sfruttamento turistico, poi, ha determinato un meccanismo secondo il quale per il viaggiatore non conta più il senso di sorpresa alla vista di un luogo nuovo, quanto la rassicurante conferma del già conosciuto attraverso la pubblicità. Questo ha generato nelle città il bisogno di confermare se stesse, divenendo teatri della loro memoria; i progetti di riuso, allora, sono ricondotti ai modelli esistenti e a pseudo-stili: il villaggio toscano, la casa mediterranea, la baita tirolese, ma anche il ristorante rustico, l’arredo d’arte povera, la locanda a 5 stelle. Questa modalità operativa legata al riuso del modello sta determinando appiattimento, azzeramento delle differenze. L’architettura, per sua natura nomade, non trova spazio in questa cartolina già stampata. Se le città crescono senza qualità, allora è necessario invertire questa tendenza a riconoscere come degna di rappresentanza solo la città storica, ormai museo di se stessa. Questo rapporto di estraneità tra la città storica e il suo intorno, rende il processo di trasformazione della città intera sterile; città contemporanea e città storica possono essere rinnovate a partire dal confronto tra di esse, rimettendo in discussione obsolete differenze e gerarchie. L’esempio da seguire è Perugia che con la trasformazione della rocca, per il tramite delle scale mobili, è stata capace di coniugare un importante e bel centro storico con una periferia tra le più brutte.

Per queste nuove città occorre un nuovo pensiero, comprendere che esse sono insiemi di parti storiche unite tra loro e che tali insiemi si fondono in una immagine complessiva dentro un più esteso paesaggio di cui fanno parte. In tale scenario, le aree periferiche esprimono un bisogno di interpretazione tutta da indagare, ma capace di trasformare in qualità diffusa l’espressione delle loro vitalità.

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